Creedence Clearwater Revival “Cosmo’s factory” (1970)

Creedence Clearwater Revival “Cosmo’s factory” (1970)

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Programma ideato e condotto da Alberto Lorenzini

In onda tutte le sere alle 20e15 - 22e15 - 00e15

1. CREEDENCE CLEARWATER REVIVAL "Ramble Tamble"
2. CREEDENCE CLEARWATER REVIVAL "Before You Accuse Me"
3. CREEDENCE CLEARWATER REVIVAL "Lookin' Out My Back Door"
4. CREEDENCE CLEARWATER REVIVAL "Up Around The Bend"
5. CREEDENCE CLEARWATER REVIVAL "Who'll Stop The Rain"

discobase-fb-logoIl biennio 1969/1970 fu per i Creedence Clearwater Revival un periodo assolutamente fortunato, felice oltre ogni aspettativa: cinque album e sette singoli, tutti nella top ten americana, un seguito di pubblico invariabilmente entusiasta, discografici e critici musicali gratificati come mai prima di allora. Con lo scioglimento dei Beatles, poi, i Creedence si laureavano unica e incontrastata “band da hit single” negli Stati Uniti, una macchina da ballo capace di mettere d’accordo opposte fazioni: hippie amanti della psichedelia e nostalgici del rock n’ roll, liceali e universitari, radio mainstream e frequenze alternative. Al momento dell’uscita di “Cosmo’s Factory” in pochi credevano a ulteriori exploit artistici, eppure i quattro californiani stupirono il mondo ancora una volta.

Il quinto disco dei Creedence Clearwater Revival (luglio 1970) usciva in realtà in un momento di forte tensione, stress e caos interno: tornati in primavera dalla prima tournée europea (con tappa alla storica Royal Albert Hall londinese), i ragazzi avevano bisogno di staccare dalla routine successo/disco/concerto/mass media e di rilassarsi un po’.

Lo strapotere del leader John Fogerty (voce e chitarra solista, sax, tastiere, compositore e manager) cominciava ad andare stretto al resto della band, in particolare al fratello maggiore Tom, con cui i rapporti non erano mai stati idilliaci. Malgrado i problemi, quello che si apprestavano a registrare era il disco più bello e venduto della carriera, epitaffio solenne di due anni vissuti al massimo.

“Cosmo’s Factory” (n.1 in Usa e Uk) rappresenta la summa stilistica dei Creedence, riuscendo a mettere insieme tutti i vari ingredienti musicali: trascinanti inni rock perfetti per le classifiche, soffici ballate soul, tributi alle origini (rock n’ roll, blues e r&b), country ed estese jam strumentali. Smentendo le accuse di “gruppo abile solo a 45 giri”, i Creedence realizzano il loro disco più coeso, in cui ogni canzone ha una storia a sé. L’apertura è affidata a “Ramble Tamble”, un ribollente up-tempo rock che viaggia a pieni giri come un treno merci, forte di un riff incisivo e reiterato e una prova vocale graffiante come al solito. Proprio quando sembra tutto finito, il brano rallenta e si trasforma: le chitarre raffreddano l’irruento calore delle frasi precedenti e virano in una lenta ballad che prosegue indisturbata fino all’ennesimo cambio di tempo e alla chiusura veloce, speculare alla prima parte.

“Before You Accuse Me” di Bo Diddley apre la parentesi delle cover (ben quattro in tutto l’album) e calma gli animi con una brillante prova di rock/blues, con ortodossi soli e pianoforte in sottofondo. Ma è solo un momento perché in agguato c’è la scatenata “Travelin’ Band”, col suo intro di sax tenore e il tiro micidiale di basso e batteria: la voce di John pare sempre in procinto di spezzarsi, tanta è la foga espressiva. Alzarsi in piedi e ballare sembra quasi naturale.

Le pulsazioni diminuiscono appena con “Ooby Dooby” di Roy Orbison, efficace tributo al rock n’roll della Sun Records, storica etichetta di Elvis Presley, Jerry Lee Lewis e dello stesso Orbison. Come nel caso di Diddley, anche qui è evidente il rapporto rispettoso delle radici anni 50 e le capacità camaleontiche che valsero loro la nomea di “ufficio stampa dei Fifties per la nuova generazione”.

Con “Lookin’ Out My Back Door” si esplorano gli orizzonti del country-rock: il tema del viaggio (più simile alle divertenti, picaresche avventure narrate da Mark Twain che al road trip lisergico di “Easy Rider”) è dipanato attraverso uno shuffle dal ritornello contagioso, melodia efficace e saltellante. Praticamente l’opposto di “Run Through The Jungle”, che con le sue esplosioni chitarristiche e i riff ossessivi ben rappresenta l’ambiente cui fa riferimento il titolo. Vengono fuori i Creedence più polverosi e lugubri, campioni di quel paludoso “jungle beat” che non può che ricordare il Vietnam: soldati in fuga, alberi tropicali e torride cascate di Napalm.

Scenari inquietanti che vedono un parziale rasserenamento con “Up Around The Bend” e “My Baby Left Me”: grande riff di elettrica, cori e refrain perfetto per la prima, brillante rilettura rock n’ roll (targata Presley, 1956) e consueti stop&go per la seconda.

A questo punto tutto è pronto per il grande capolavoro di John Fogerty, la splendida “Who’ll Stop The Rain” in cui si torna a parlare proprio di guerra e Viet Cong. L’atmosfera però è più serena, corale e rilassata rispetto a “Jungle”, illuminata com’è dai fraseggi aperti di chitarra acustica e armonie vocali da inno generazionale.

Con “I Heard It To The Grapevine” di Marvin Gaye il gruppo dimostra di aver assimilato alla perfezione anche le radici nere, riuscendo con naturalezza a riproporle, scovando nuovi territori espressivi e possibilità che neppure l’autore originale sognava di contemplare. In questo caso l’originale di Gaye perde tutta la patina sexy e glamour che aveva, sporcandosi le mani con undici minuti di sfiancante, eccitante jam di soul-rock allucinato. Il brano si trascina lento e imperturbabile attraverso insinuanti vortici chitarristici e solide briglie ritmiche (la coppia Stu Cook e Doug Clifford in forma strepitosa) verso un finale che non arriva mai e che, infatti, morirà in dissolvenza.

La conclusiva “Long As I Can See The Light” con il suo pigro andamento soul (memore dell’esempio della Band di Bob Dylan) chiude in maniera romantica il discorso, con un languido sassofono e uno sguardo ottimista verso il futuro.

In quarantadue minuti, la forma-canzone di Fogerty, ora fatalista e arrabbiata, ora compassionevole, vive l’apice creativo.

Sono bastati pochi anni per portare i Creedence in cima alle stelle dell’olimpo rock: un’abitazione celeste tuttavia da sempre sgradita alla band. I Creedence sono troppo innamorati di valori fuori moda per risultare “trendy”: niente droga/sesso/violenza o ideali rivoluzionari, nessuna aderenza alle avanguardie o all’underground. L’energia pura, elementare, scaturita da quei brani non ha bisogno di chiavi segrete per essere codificata. Nessuna condivisione di atteggiamenti divistici né tantomeno lo stesso vocabolario o vestiario.

Per questi motivi non hanno mai varcato la soglia che dal culto porta all’icona culturale: diversamente dagli Stones, da Dylan o dai Doors, i Creedence Clearwater Revival non abitavano i sogni bagnati dei teenager. Con quelle barbe e occhiali non si rimorchiava, le camicione a quadri sarebbero tornate di monda solo vent’anni dopo. Eppure quel mélange di rock primitivo e schiette dichiarazioni populiste faranno dei Creedence la rock band “working class” per eccellenza: da Keith Richards a Bruce Springsteen e fratellanza (Petty/Mellencamp/Seger), passando per le frange del Southern rock (Lynyrd Skynyrd) e dell’alternative country (Gram Parsons; Long Ryders; Uncle Tupelo) troviamo sempre qualcuno che li ha ammirati, assimilati, rievocati nella propria musica.

(ondarock)

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Oltre a vicepresiedere come si conviene a un vicepresidente, ci guarda dall'alto dei suoi 192 cm. La foto non tragga in inganno.