Joni Mitchell “Blue” (1971)

Joni Mitchell “Blue” (1971)

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In onda tutte le sere alle 20e15 - 22e15 - 00e15

Ascolta il Disco Base della settimana

1. JONI MITCHELL "All I Want"
2. JONI MITCHELL "Carey"
3. JONI MITCHELL "Blue"
4. JONI MITCHELL "California"
5. JONI MITCHELL "A Case Of You"

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La canadese Roberta Joan Anderson, alias Joni Mitchell, è la più forbita delle “signore del rock”. Poche altre cantautrici hanno saputo coniugare in modo così raffinato l’introspezione psicologica dei testi e un’austerità d’arrangiamenti degna della musica da camera. Le sue canzoni, infatti, non sono solo confessioni a cuore aperto, testimonianze degli ultimi sussulti della stagione hippie: sono piccole perle musicali, orchestrate con raro gusto e sobrietà. E il suo stesso atteggiamento signorile, in vistoso contrasto con le icone dell’epoca, le ha consentito di ritagliarsi un ruolo del tutto peculiare nell’arena del rock.
Quello di Mitchell è un talento cristallino, emerso fin da bambina, quando già suonava il pianoforte, l’ukelele e la chitarra. Come la stessa cantautrice ha ricordato, fu solo il superamento della poliomelite, che la colpì violentemente a nove anni, a farle sviluppare una profonda sensibilità artistica. A definire meglio questa propensione, pensò un suo insegnante alla scuola media, Mr. Kratzman, che l’aiutò sia nella pittura che nella poesia. “Se puoi dipingere con un pennello, lo puoi fare anche con le parole”, amava ripeterle. Ed è a lui che Mitchell dedicherà il suo album di debutto omonimo del 1968 (poi ristampato come “Song To A Seagull”): “To Mr Kratzman who taught me to love words”. E’ l’inizio di una carriera folgorante, che la porta in breve a diventare una “sensation” nel circuito dei folksinger prima in Canada (Toronto), poi negli Stati Uniti (New York prima, California dopo). I successivi album “Clouds” e “Ladies Of The Canyon” accrescono la sua fama. Ormai Mitchell è un star del folk, al punto che viene ingaggiata da Carole King per il suo epocale “Tapestry” e da James Taylor per il suo “Mud Slide Slim And The Blue Horizon”.
Ma è con “Blue” (1971) che la cantautrice di Alberta mette a fuoco definitivamente la sua arte. Considerato da molti una riflessione sulla fine della relazione di Mitchell con Graham Nash, il disco ripresenta, in realtà, il tema conduttore di “Ladies of The Canyon”: il malessere che serpeggia nella vita quotidiana, ma con toni meno pittoreschi, solari e ironici. In compenso, si accentua l’analisi di vicende personali che sfociano anche in dure ammissioni di colpa. Come in “River”, dove Mitchell ricorda la vicenda dell’adozione della figlia, o nell’amore che non c’è più di “Last Time I Saw Richard”. Ma quello che colpisce è il suo atteggiamento romantico nella ricerca della felicità, che tuttavia è impossibile. Il risultato è la perenne malinconia, “Blue” appunto, ma anche un anelito di libertà che entra spesso in conflitto con l’amore: “I am on a lonely road and I am travelling looking for something to set me free” (da “All I Want”). Le sue vicende personali diventano un sentire universale e mai retorico. Il tutto filtrato da una sensibilità tipicamente femminile. Ecco perché in “This Flight Tonight”, “A Case Of You” e nella title-track, Mitchell sembra affermare che l’infelicità non è solo frutto della condizione individuale, ma anche degli ostacoli frapposti dalle persone che si incontrano sul proprio cammino. Un cammino metaforicamente rappresentato come un viaggio: in Africa (“Carey”), nel suo nativo Canada (“A Case Of You”), nella sua patria adottiva (“California”), o anche solo in un fiume ghiacciato su cui poter pattinare (“River”). Un diario di viaggio autentico, anche perché composto durante una vacanza in Europa, lontano dalla West Coast e dai suoi umori. E l’album risente di questo senso di separazione: dalla propria terra, dai propri amori, dal proprio passato.
Oltre alla grande abilità compositiva e alla poliedricità degli arrangiamenti, a far presa sull’ascoltatore è la tecnica vocale di Mitchell, giocata sul contrasto tra i toni alti da soprano (nella tradizione del canto medievale e dell’aria da opera), e quelli più profondi, resi rochi dal vizio del fumo. L’esito è una sorta di litania nevrotica, che fa da veicolo ideale alle sue tormentate autoanalisi. Musicalmente, gli stilemi dei dischi precedenti ricorrono solo in parte. Restano solo scarne reminiscenze del sound “solare” della West Coast e degli amici CSN&Y. E anche le chitarre di Stephen Stills e James Taylor si calano in questo tenue acquerello, in cui tutto è reso soffuso e minimale.
L’iniziale “All I Want” segna anche il momento apparentemente più gaio di Mitchell, che ha trovato un nuovo amante e lo tempesta con la lista dei suoi desideri: “I want to talk to you/ I want to shampoo you/ I want to renew you again and again/ Applause, applause—life is our cause/ When I think of your kisses, my mind see-saws”. Eppure anche qui la contraddizione dei sentimenti è lacerante: “I hate you some, I love you some. I love you when I forget about me”, o ancora: “I want to be strong… I want to belong to the living” e “Do you see how you hurt me, baby? So I hurt you, too”. Le chitarre di Taylor e della stessa Mitchell sono intrise di sapori latini e si stagliano sulle pulsazioni emotive del basso, mentre il canto è sempre dolce e cristallino.
Pur aprendo il disco, “All I Want” segna la fine della lunga vacanza descritta in altri due brani, “Carey” e “California”, entrambe ancora reminiscenti d’atmosfere latine: la prima è un calipso brioso, che evoca suggestioni africane: “The wind is in from Africa/ Last night I couldn’t sleep/ Oh, you know it sure is hard to leave here but it’s really not my home”; “California”, invece, sfodera un coro, qualche sprazzo di tango e una pedal steel guitar, mentre Mitchell confessa tutta la sua “saudade”: “Oh, it gets so lonely/ When you’re walking and the streets are full of strangers”. “California” è anche un saggio dell’equilibrio perfetto tra le linee di basso suadenti di Russ Kunkel e gli accordi nervosi della chitarra di James Taylor.
La melodia folk di “Little Green”, sostenuta da un lieve arpeggio di chitarra, ricorda la “I Don’t Know Where I Stand” del secondo album, ma ne accentua il lirismo con un pugno di versi sottilmente criptici. “This Flight Tonight” si addentra persino in un tentativo di “stream of consciousness”. Ma la vena poetica di Mitchell si sublima nella title track, autentico distillato di dolore e confessione tra le più commoventi della storia del rock, che si snoda sulle ali di una misteriosa melodia. L’amore è qui delicato, lieve come un alito di vento: “Eccoti una conchiglia/ Dentro ci sentirai un sospiro/ Una ninna nanna nebbiosa/ Ecco la canzone che ti ho dedicato”. Versi che lasciano senza fiato, come solo quelli di Tim Buckley e Leonard Cohen sanno fare.
Anche i colori più accesi, i ritmi, le eccentricità, si stemperano via via in quel grande fiume blu che tutto domina e avvolge. E allora non resta che calarsi in questa malinconia soffusa, che impregna la struggente ballata per piano/voce di “My Old Man”, lo spietato mea culpa di “River” (“I’m so hard to handle/ I’m so selfish and so sad/ Now I’ve lost the best baby/ That I ever had”), che si apre e si chiude su un accenno al piano di “Jingle Bells”, o il dolente ricordo di “The Last Time I Saw Richard”, in memoria dei giorni del “dark cafe” e di un amore perduto per sempre, sussurrato sui rintocchi sommessi del piano. E a dare la misura del travaglio al quale Mitchell è giunta basterebbe un brano come “A Case of You, che, tra i riff della chitarra di Taylor e il lento dipanarsi d’una melodia, svela un atto d’amore mistico e totale: “But you are in my blood like holy wine”. L’amore è ormai diventato una missione religiosa, l’abbandonarsi alla solitudine un peccato.
Caposaldo del cantautorato al femminile – insieme a “Tapestry” di Carole King ed “Eli And The Thirteenth Confession” di Laura Nyro compone una sorta di “sacra trimurti” del genere – “Blue” è un disco intimo, una raccolta di canzoni che si sfogliano a una a una come pagine d’un diario. Il lirismo dei versi è tanto intenso quanto funzionale al contesto: una quotidianità amara, fatta di nostalgie e di silenzi, di malinconia e d’inadeguatezza, di amici persi nel buio della droga e di amori che lasciano ferite profonde. Grazie a questi brani, Joni Mitchell diventerà rappresentante di un “folk confessionale” caratterizzato da liriche intense e da una inedita e originale franchezza, indirizzando il moderno linguaggio della popular music verso nuovi orizzonti. Per l’analisi lucida del dolore, per quel folk-pop elegantissimo, parente stretto del rhythm’n’blues, e per la disarmante sincerità delle sue confessioni, la Mitchell di “Blue” ricorda molto Billie Holiday.

di Claudio Fabretti, Francesco Serini

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Oltre a vicepresiedere come si conviene a un vicepresidente, ci guarda dall'alto dei suoi 192 cm. La foto non tragga in inganno.