Counting Crows “August And Everything After” (1993)

Counting Crows “August And Everything After” (1993)

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Brani scelti e commentati da Mauro Staboli, il "professore" della musica.

In onda tutte le sere alle 20e15 - 22e15 - 00e15

1.COUNTING CROWS "Round Here"
2.COUNTING CROWS "Mr. Jones"
3.COUNTING CROWS "Perfect Blue Buildings"
4.COUNTING CROWS "Rain King"
5.COUNTING CROWS "A Murder Of One"

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Insieme a Cracker, Better Than Ezra e Wallflowers, i Counting Crows sono stati fra i paladini della restaurazione, avendo riportato in auge quel rock “classico” tipicamente americano, incrocio delle tradizioni folk, blues e country, che deve la sua genesi ad artisti quali Bob Dylan, The Band, Little Feat, Creedence Clearwater Revival, Byrds, Van Morrison. Il sound dei Counting Crows, opportunamente ammodernato dalle nevrosi ritmiche dei Rem e dal mood depresso-esistenziale tipico degli anni 90, si presenta come alternativa di qualità per quel pubblico borghese che cerca storie di ordinaria disperazione in cui identificarsi, senza doversi “sporcare” le orecchie con i parossismi metallici del grunge. Sono narrazioni per quella parte di generazione X disposta a tormentarsi ma non troppo, a rattristarsi ma non a flagellarsi, per quella parte cresciuta con “Beverly Hills 90210” e “Friends”, pseudo-alternativa negli ideali, capace di criticare genericamente la società capitalistica e contemporaneamente fare la fila al McDonalds.

I Counting Crows sono fautori di un sound radiofonico, in cui entrano in gioco diversi strumenti tradizionali, come organo, mandolino e armonica; un’orchestra rurale, insomma, come nella miglior tradizione della Band. Sono proprio questi elementi, oltre a una discreta fantasia nell’arrangiamento, che permettono al gruppo di tenersi a distanza dalla aberrazioni sonore (sfacciatamente mainstream) di Collective Soul e Hootie and the Blowfish, titolari di un sound levigato all’inverosimile e privo di sincerità. Il roots rock dei Counting Crows è nobilitato dall’organo atmosferico di Charlie Gillingham ma soprattutto dalla voce penetrante ancor prima che romantica di Adam Duritz, sintesi bastarda della passionalità soul di Van Morrison e delle intonazioni enfatiche di Bono Vox e Grant Lee Phillips. Ed è proprio qui il segreto dei Duritz, sviscerare storie di disperazione con accorata magniloquenza, rinverdendo così il mito del “beautiful loser”. Songwriter di valore, Duritz racconta i drammi quotidiani della gente comune. Tra amori tormentati, fughe, scheletri nell’armadio e sogni infranti, il cantautore costruisce un corpus narrativo che fotografa al meglio la vita dei giovani nella provincia americana.

Provenienti da San Francisco i Countig Crows pubblicano, nel 1993, August And Everything After, uno dei grandi capolavori dell'”alternative mainstream” anni 90. L’album venderà vagonate di copie, trascinato dal super hit “Mr. Jones”, in heavy rotation per lungo periodo, e da una serie di pezzi orecchiabili, che raccontano storie traboccanti di sincerità, e quindi commerciabili ma non sfacciatamente commerciali; Aor sì, ma di gran classe. Ritratto di una generazione inquieta, alla perenne ricerca di uno scopo, è la disperata “Round Here”, una delle canzoni più belle del decennio: “Then she looks up at the building/ and say’s she’s thinking of jumping/ She say’s she’s tired of life/ she must be tired of something”, canta Duritz in uno stile che pare il pianto di un peccatore in via di redenzione. Direttamente da “Music From Big Pink” sembra uscita “Omaha”, che riesce a rievocare quell’America di provincia e campagnola, genuina e un po’ ingenua. “Mr. Jones” è abile a far rivivere la magia dei Byrds con un jingle jangle chitarristico ossessivo ma melodico; chitarra, basso, e batteria sono completamente asserviti alla produzione di ritmo, un po’ alla maniera dei Talking Heads, mentre la solistica è lasciata alla sola voce di Duritz. La sua maturità di cantante è impressionante, come dimostra “Time And Time Again” toccante interpretazione di un amante in agonia, in cui è incastonato un prezioso arrangiamento psichedelico, frutto dell’organo di Gillingham. Ancora frizzante folk pop in “Rain King”, più Rem che Byrds, sulla scia di “Mr Jones”. Niente di nuovo sotto il sole, ma queste canzoni hanno la capacità di penetrare l’animo umano perché graziosamente melodiose e di sconvolgerlo in virtù delle storie tormentate che raccontano. “Sullivan Street” è una struggente ballata alla Byrds con background vocal femminile, pianoforte a inoculare una triste melodia autunnale e le intime confessioni di Duritz, che con maestria da attore consumato cesella un’altra storia di normale autoflagellazione. Il capolavoro dell’album è forse “Raining In Baltimore”, una lenta elegia pianistica, che ha la qualità cinematografica di fermare il tempo in attesa che Duritz dia risposta alle domande che lo angosciano. “August And Everything After” è un piccolo gioiello di intimismo abile a descrivere l’humus culturale che lo ha generato, in modo a volte retorico, ma sicuramente sincero. Cantastorie della provincia come Westerberg, poeta nostalgico come Isaak, rocker passionale come Springsteen, Duritz è l’alter ego romantico di Cobain; l’urlo disperato del leader dei Nirvana esprime la furia iconoclasta di una generazione, apatica e rassegnata al cospetto di una società che non la comprende. Una manifestazione di rabbiosa inquietudine che procede dall’interno (animo) verso l’esterno (società). I personaggi di Duritz, al contrario, metabolizzano i drammi che li vedono protagonisti, e si tormentano nel proprio intimo, in modo discreto e autocommiserativo.

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Oltre a vicepresiedere come si conviene a un vicepresidente, ci guarda dall'alto dei suoi 192 cm. La foto non tragga in inganno.