Convivium – Chi pagò il conto dell’Ultima Cena?

Convivium – Chi pagò il conto dell’Ultima Cena?

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Chi pagò il conto dell’Ultima Cena?

Un saluto e bentrovati a tutti gli ascoltatori!

Prima spezzò il pane e poi porse il vino. Gesù scelse la più umana delle azioni, quella del mangiare e del bere, per rappresentare il più straordinario dei misteri cristiani. L’Ultima Cena di Gesù e i suoi apostoli è un evento cruciale per la liturgia della Pasqua.

Stando al racconto che ne fa Luca nel suo Vangelo, il compito di cucinare toccò a Pietro e Giovanni. Ma cosa mangiarono seduti attorno al tavolo nel cenacolo di Gerusalemme? Qualche notizia ce la danno le fonti storiche: erbe amare, pane azzimo, agnello arrostito e una salsa chiamata “charoset”, tutte pietanze che ancora oggi gli ebrei mangiano nella cena rituale di Pésach. E poi il vino.

Nelle numerose raffigurazioni pittoriche di questo episodio evangelico gli artisti delle varie epoche arricchirono però il banchetto con altri ingredienti oltre a quelli essenziali per il mistero, pane e vino. O ogni alimento dipinto sopra alla tovaglia era spiegato da allusioni simboliche.

Troviamo così le albicocche, simbolo del peccato; la lattuga, simbolo delle penitenze; le ciliegie, il cui colore rosso evoca la Passione; le arance, allusive al paradiso e le mele, memento del peccato originale. A un certo punto spuntano anche i gamberi, crostacei che procedono all’indietro e quindi in senso contrario a quanti camminano nella grazia. Ma non mancano anche piatti della tradizione: ecco allora che Leonardo riempì di anguille i piatti del suo Cenacolo; e altri pittori della Val Padana e delle Alpi si sbilanciarono con dei panetti burro, con delle rape o con dei salami affettati dagli apostoli.

Nel tempo gli artisti si divertirono a inserire anche elementi accessori. Qualcuno mise dei gatti sotto al tavolo a mangiare gli avanzi; altri riempirono la tavola di forchette e coltelli, oggetti non coerenti con quell’epoca storica in cui tutto era consumato usando solo le dita; qualcun altro raffigurò in questa cena il primo tovagliolo della storia dell’arte (Romanino, Duomo di Montichiari).

Per quanto riguarda il vino, possiamo dire che quello dell’Ultima Cena era rosso e non era certamente puro. Offrire vino puro, a quel tempo, era considerata un’offesa. Gli ebrei, come pure i greci e i romani, usavano due parti d’acqua e una di vino. Al vino venivano inoltre di solito aggiunti miele, ginepro, mirto, cannella, olio di cedro e resine varie.

Un altro ingrediente che a un certo punto prese piede nei piatti di questo convivio fu il pesce, simbolo cristologico per eccellenza, anzitutto perché, come ricordava sant’Agostino, se si uniscono le prime lettere delle cinque parole greche che significano Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore, il risultato sarà “ichthýs”, cioè pesce.

Anche a Mantova sopravvive una testimonianza medievale di un’Ultima Cena a base di pesce. Si trova in quello che rimane del ciclo di affreschi della chiesa di Santa Maria del Gradaro, una delle più antiche testimonianze pittoriche della città, databile alla metà del 1200. Sulla tavola ricamata compaiono in bella vista dei piatti con grandi pescioni, tra calici riempiti con vin rosso, coltelli, pagnotte e altri ingredienti che potrebbero sembrare ravioli o gnocchi fritti.

Ogni artista, insomma, apparecchiava la tavola dell’Ultima Cena con quello che era tradizione mangiare a Pasqua. Evidentemente a Mantova, nel milleduecento, a Pasqua si mangiava pane, tinca, luccio e gnocco fritto, tutto innaffiato da un buon bicchiere di lambrusco.

Rimane un dubbio. Dato che il cenacolo in cui si svolse la cena di Pésach era a pagamento, come tutti gli altri di Gerusalemme, alcuni studiosi si sono chiesti chi pagò per questo pasto. L’incombenza, secondo la tradizione e l’iconografia, spettava a Giuda, che era il cassiere degli apostoli. Ma ci si interroga ancora se, uscendo in fretta e furia, subito dopo aver ingoiato il boccone del tradimento, si ricordò di saldare il conto. Qualcuno ne dubita.

A risentirci la settimana prossima!

 

@Convivium_RB

Immagine: Mantova, Santa Maria del Gradaro, affresco dell’abside, XIII sec.

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