Deftones “White Pony” (2000)

Deftones “White Pony” (2000)

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Disco scelto e commentato da Valerio Viggiano, musicista

Ascolta il Disco Base della settimana

1. DEFTONES "Feiticeira"
2. DEFTONES "Digital Bath"
3. DEFTONES "RX Queen"
4. DEFTONES "Knife Party"
5. DEFTONES "Passenger"

Tra i primi a mescolare i ritmi sincopati del rap alla forza d’urto del metal anni Novanta, i californiani Deftones virano verso lidi deserti con “White Pony”, partorendo uno dei migliori lavori di un’intera scena musicale. Questo album è stato segnalato da Valerio Viggiano, musicista e grande innamorato di moto, Harley in particolare. Valerio sarà in studio insieme ad Alberto Lorenzini per commentare i brani più significativi dell’album scelto.
Contaminazione, crossover, fusione di generi opposti in un plurale nuovo ibrido, neologismi improbabili occorsi a classificare nel tempo la musica dei Deftones, band rispettata e di riferimento di una scena cui probabilmente non hanno mai fatto parte, se non agli esordi.
Se c’è un’etichetta che arreca confusione – e ormai spesso disgusto – tra critica e fruitori di musica rock, è certamente il volgarmente detto nu-metal, in realtà generico sinonimo della combinazione fra musica rap e funk con la forza d’urto del metal che, dai Fishbone fino a giungere ai Faith No More di “Angel Dust”, se non addirittura ai Primus di “Pork Soda”, ha influenzato una serie di band poi divenute a loro volta molto influenti, come Rage Against The Machine, Korn e appunto Deftones, abili, in modi e misure diverse, ad aver portato alle estreme conseguenze quanto di buono avevano seminato nell’underground californiano gli artisti di cui sopra. A ben vedere gli stessi Black Flag, come anche e differentemente i Jane’s Addiction qualche anno più tardi, avevano lavorato d’astuzia, incrociando il punk alla vena hard delle loro composizioni, fondendo quindi diverse esperienze in una sorta di crossover primordiale.
La retrovisione fin qui intrapresa mostra come un’etichetta su un genere ampio e non facilmente definibile possa risultare ancor più fuorviante e scatenante incomprensioni di quanto non sia già accaduto sin dalla sua coniazione con il termine grunge, sotto cui risiedono band enormemente distanti fra loro quali Mudhoney e Alice In Chains, che a conti fatti in comune avevano soltanto la città di provenienza. L’equazione con il grunge, tuttavia, ci tornerà utile per dimostrare come da circostanze e posizioni diverse possano fermentare situazioni equivoche e giustificanti il disgusto di cui si accennava.
E in questo caos di definizioni si presentano sulla scena i Deftones da Sacramento, combo multietnico che cresce come band prodigio di una comunissima high-school americana. Giovanissimi quindi, intraprendono il loro percorso musicale suonando tutto ciò che amano, senza badare più di tanto a crearsi un sound né tantomeno una direzione specifica da seguire.
Il cantante e leader della band è Camillo Wong Moreno, soprannominato Chino dalla stessa madre per via dell’aspetto fisico che negli anni dell’infanzia lo faceva assomigliare a un perfetto bambino cinese; Chino ha la prima vocazione per la musica quando a 15 anni assiste a un concerto dei Cure di Robert Smith nella sua città. Diventa quindi, in ritardo con la tendenza essendo troppo giovane ai tempi dell’esplosione del movimento, appassionato del fenomeno new wave, che successivamente influenzerà anche la musica del suo gruppo. Se Moreno vive la sua adolescenza addormentandosi sui Joy Division, sui Depeche Mode, o addirittura sui Duran Duran, gli altri ragazzi della band crescono coi riff metallici di Iron Maiden e Metallica, in altre parole i nomi più rappresentativi di un genere che negli anni Ottanta ha visto la sua prima vera forte esplosione. Parallelamente alle prime esibizioni, i Deftones iniziano a prestare orecchio ai richiami provenienti dalle scene alternative rock di Los Angeles e San Francisco. Saranno soprattutto i Faith No More la grande e mai nascosta fonte di ispirazione del gruppo, che però trasporterà in tutt’altre direzioni il crossover funk/metal della band di Mike Patton, aggiungendo alla dose diverse esperienze del tutto estranee alle combinazioni schizofreniche del gruppo di San Francisco.
Siamo alla vigilia della morte del grunge e nel momento di maggior attenzione per il crossover, quando arriva nei negozi il primo e omonimo album dei Korn di Jonathan Davis, prodotto dal guru Ross Robinson, che estremizza radicalmente la lezione rap combinato a heavy-metal proposta dai nomi precedentemente accennati, e in parte fa perdere punti in termini di effetto-sorpresa alle prime composizioni dei Deftones, ormai pronti al debutto con quelle che diverranno le canzoni di Adrenaline. In realtà, Moreno e soci capiscono di non essere i soli ad aver maturato un determinato sound partendo dalla stessa formula, e la buona compagnia li aiuta piuttosto a trovare subito un contratto discografico con la Maverick – etichetta nientepopodimeno che di Madonna – forti anche del buon riscontro di pubblico, che partecipa con interesse alle loro prime esibizioni.

La Maverick mette a disposizione del gruppo il produttore Terry Date, arcinoto nell’ambiente per album come “Vulgar Display Of Power” dei Pantera, come anche “Badmotorfinger” dei Soundgarden, e iniziano le registrazioni di un album completato in breve tempo e con una minima parcella di spese nello studio Bad Animals di Seattle.
White Pony è il capolavoro dei Deftones, e porta la band spanne sopra la volgare massa cui si accennava precedentemente. Un lavoro ambizioso e riuscito in ogni suo dettaglio, che, trainato dal video di “Change (In The House Of Flies)”, raggiunge inizialmente il successo non solo negli Stati Uniti dove debutta direttamente al terzo posto, ma anche nella vecchia Europa che fino a questo momento era rimasta a guardare disinteressata. L’album è ricco di sonorità più orecchiabili e atmosfere dark, immobilizzate entro melodie eteree e sognanti, miste a potenti sferzate di rabbia come nella schizofrenica “Elite”, vincitrice poi di un Grammy Award quale miglior performance hard rock/metal. I temi affrontati nelle canzoni riguardano spesso ricordi dell’adolescenza, interpretati secondo uno spirito non lontano dal genere emo di cui Chino Moreno si dichiara candidamente estimatore. “Digital Bath” raggiunge una maturità impensabile per un genere che fino a pochi anni prima era funk/metal o morte, mentre “Rx Queen”, la cui melodia viene scritta a quattro mani da Chino con Scott Weiland degli Stone Temple Pilots che vi avrebbe dovuto duettare, torna ancora a riflettere quelle strutture non lontane dai Cure cui i nostri sembrano voler ambire. Non fallisce invece il duetto con Maynard James Keenan, voce di Tool e A Perfect Circle, nella splendida “Passenger”, dove Moreno e Keenan – autore anche del testo del brano – sono alle prese con una canzone che sembra avere lo stesso significato socio-musicale che aveva avuto “Hunger Strike” dei Temple Of The Dog quasi dieci anni prima. E’ davvero inutile dilungarci passando in rassegna ogni brano di questo album, essendo tutti ammirevoli e riusciti..

ondarock

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Oltre a vicepresiedere come si conviene a un vicepresidente, ci guarda dall'alto dei suoi 192 cm. La foto non tragga in inganno.