Genesis “Selling England by the pound” (1973)

Genesis “Selling England by the pound” (1973)

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In onda tutte le sere alle 20e15 - 22e15 - 00e15

Ascolta il Disco Base della settimana

1. GENESIS "Dancing With The Moonlight Knight"
2. GENESIS "I Know What I Like"
3. GENESIS "Firth Of Fifth"
4. GENESIS "The Battle Of Epping Forest"
5. GENESIS "The Cinema Show"

discobase-fb-logoNel 1973 con l’uscita di questo album si completo’ uno dei periodi piu’ luminosi del progressive rock. Dopo lo straordinario lavoro d’esordio dei King Crimson
(“In the Court Of The Crimson King”), l’altrettanto stupendo e classicheggiante esordio degli EL&P con il disco omonimo e il sinfonismo di “Close to the Edge” degli Yes, arrivo’ questo “Selling England by the pound” a suggellare l’era di massimo splendore vissuta in quegli anni da uno dei generi piu’ elaborati e suggestivi del rock.
I Genesis, con le loro sonorita’ romantiche e barocche, molto piu’ levigate e dolci dei tre lavori sopracitati, avevano gia’ in precedenza dimostrato di avere raggiunto la maturita’. “Nursery Crime”, “Foxtrot” e, in tono leggermente minore, “Trespass” erano lavori destinati a rimanere pietre miliari di un certo tipo di rock. Ma fu con questo disco che Peter Gabriel e compagni realizzarono il loro lavoro piu’ rappresentativo, il disco da consegnare ai posteri con l’orgoglio di chi sa di aver concepito un corpo sonoro i cui cromosomi non sarebbero mai stati scalfiti dallo scorrere del tempo.
La musica dei Genesis del “periodo d’oro” era caratterizzata da una impalcatura sonora complessa e articolata: come in un grande puzzle, ogni strumento innescava una azione e reazione di un altro strumento, generando un intersecarsi di suoni e melodie sia in sottofondo, sia in completa evidenza.
In questo grande mosaico di suoni, tutto era concepito ad arte per vivere di vita propria. Si potevano ascoltare le tastiere fare da filo conduttore al brano, e in sottofondo tre secondi di ricamo chitarristico; ma quei tre secondi erano talmente fondamentali che se non fossero esistiti tutto il brano ne avrebbe risentito e l’intera architettura sonora sarebbe crollata.
Era musica “colorata”, quella dei Genesis, mai uguale a se stessa: un trionfo di idee fervide, che sprizzavano fuori in maniera tangibile e fantasiosa. Una musica che immergeva l’ascoltatore in un mondo diverso, che come una macchina del tempo proiettava verso epoche remote, grazie al suo particolare “barocchismo”, mai pacchiano o speculativo. Ascoltando queste melodie ad occhi chiusi, ci si cala idealmente in un mondo popolato da draghi e fate, castelli e giardini verdissimi, come testimonia in modo incisivo la stessa copertina.
Oltre ai testi, sempre misteriosi e intriganti, è anche la tecnica della band a risaltare: il sapiente cantato di Peter Gabriel, che come un folletto saltella da un brano all’altro con la sua particolare grazia interpretativa, le tastiere mai spettacolari o strabordanti di Tony Banks, i ricami di Steve Hackett che disegnano orpelli sonori in completa liberta’, per non dimenticare lo stile ritmico di Collins, che come un cuore palpitante riusciva sempre a calarsi nel fulcro emotivo del brano.
L’inizio dell’album e’ folgorante: “Dancing With The Moonlit Kinight” si apre con un canto enfatico di Gabriel, accompagnato dalla chitarra di Hackett che riesce subito a creare un’atmosfera medievale, fino all’entrata in scena di tutti gli strumenti. In breve, il ritmo diventa incalzante e furibondo, e la chitarra elettrica prende il sopravvento con autentici guizzi; ma e’ solo un momento: come in una staffetta, la chitarra lascia il passo alle tastiere di Banks, di stampo prettamente progressivo, con in sottofondo le vorticose rullate di Collins. All’improvviso tutto si calma, il brano non sembra piu’ lo stesso e ci si trova proiettati in una dimensione nuova e riflessiva: su queste note, il brano si congeda.
In “I Know What I Like”, e’ invece Collins a dettare le regole: inizio parlato con suoni ritmici echeggianti fra loro in sottofondo, pochi istanti, e il brano “esplode” in una melodia accattivante, con un ritornello che e’ un autentico inno alla gioia; fra stacchi e riprese della melodia portante, il brano prosegue leggero e orecchiabile. E’ il pezzo piu’ facile del disco e sara’ destinato a diventare un cavallo di battaglia nelle esibizioni dal vivo.
Una introduzione pianistica sapiente da’ il benvenuto alla successiva”Firth Of Fifth”, capolavoro del disco e composizione tra le piu’ memorabili del repertorio-Genesis. Stacco, il piano scompare e il gruppo si produce in un suono unico, nel quale gli strumenti sono tutti in completa armonia fra di loro. Gabriel, come un attore da Oscar, interpreta maestosamente la melodia principale, quando improvvisamente tutto diviene silenzioso, e in sordina prende campo un dolce flauto che ritmicamente accompagna il brano, fino alla deflagrazione dello splendido assolo di Banks, pronto a lasciare subito il testimone a Hackett per un lirismo supremo di chitarra. Un capolavoro assoluto.
In “More Fool Of Me”, invece, un inizio acustico – con un Collins cantilenante alla voce – conduce verso atmosfere piu’ semplici e agresti: qui non vi e’ la tipica orchestrazione di marca Genesiana, ma toni piu’ intimi e sfumati. Un piccolo grande brano, pervaso da una innocente dolcezza. Quindi, una marcetta iniziale ci conduce in un sanguinoso campo di battaglia: quello di “The Battle Of Epping Forest”. La voce di Gabriel si fa incalzante, supportata da intermezzi chitarristi ed “entrate” pianistiche, fino a quando, come in un infuriare di urla e grida di guerra, il brano si erge in un vortice di tecnicismi veloci e raffinati. Ma e’ Gabriel a cantare, e soprattutto a recitare le gesta di cui va raccontando con stile, a seconda dei casi, drammatico, ironico e sbeffeggiante. E’ un brano, questo, altamente progressivo, forse il piu’ elaborato e complesso dell’intero album. Una suite fatta di galoppate sonore frenetiche in cui gli strumenti sembrano duellare, o meglio simulare le gesta stesse dei personaggi che affollano il testo del brano.
Il successivo “After The Ordeal” è un pezzo strumentale, dal sapore evocativo e dalle atmosfere rinascimentali. Hackett fa sfoggio di ricami suadenti, la batteria lo asseconda con un sereno tappeto ritmico, mentre un flauto prende coraggio e melodicamente porta a termine la canzone.
Altra pietra miliare del disco e’ “The Cinema Show”, dove tutto inizia in maniera tenue e sognante: un egregio Gabriel viene assecondato in sottofondo da un ripetitivo, e proprio per questo sinuoso, arpeggio di chitarra. Fra sonorita’ improvvise e repentine, che accrescono il clima di attesa, l’ascoltatore viene trasportato in un panorama di suoni epici, dove una nervosa irruzione di Collins alla batteria detta ritmi e cadenze piu’ marcate. Il lavoro di Banks alle tastiere impreziosisce la struttura della canzone con arie barocche. L’album si conclude sulle note di “Aisle Of Plenty”, una melodia che, in una sorta di percorso circolare, ci riporta all’inizio del disco, come a volerci indurre a non cessare mai l’ascolto di questo leggendario lavoro.

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Oltre a vicepresiedere come si conviene a un vicepresidente, ci guarda dall'alto dei suoi 192 cm. La foto non tragga in inganno.