Woodstock o.s.t. (1969)

Woodstock o.s.t. (1969)

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Disco Base scelto e commentato da Lorenzo Lorenzini, regista televisivo

Ascolta il Disco Base della settimana

1. CANNED HEAT "Going Up The Country"
2. JOAN BAEZ "Joe Hill"
3. THE WHO "Summertime Blues"
4. COUNTRY JOE McDONALD "I Feel Like I'm Fixin' to Die"
5. JIMI HENDRIX "Purple Haze"

Non vi è dubbio che i quattro giorni di festival all’aperto denominati Woodstock e tenutisi a Bethel, stato di New York, a partire dal ferragosto del 1969, costituiscano l’evento musicale più famoso, importante e simbolico della storia. E questo a merito, anche se non esclusivo, del film/documentario ivi tratto il quale, immesso nei normali circuiti cinematografici di prima visione di tutto il mondo libero, sdoganò ovunque e per sempre quanto una certa avanguardia musicale, fino a quel momento ancora delimitata entro i confini degli Stati Uniti, del Canada e del Regno Unito, stava combinando.
Ma diamo a Cesare quel che è di Cesare: Woodstock è stato un evento magico ed irripetibile non tanto per particolare qualità musicale (di festival dilatati a più giorni e pieni di ottima musica ve ne saranno molti altri), ma per lo storico accadimento che circa 500.000 (cinquecentomila) persone ebbero in quei giorni il desiderio di confluire e poi di convivere pacificamente, spalla a spalla, nelle campagne di Bethel del tutto prive di attrezzature per riceverle (vie di comunicazione, cibo, acqua, strutture igieniche, soccorso sanitario, sicurezza ecc.) per tre, quattro, cinque giorni senza farsi alcun male e senza che succedesse niente di brutto, aiutandosi l’uno con l’altro e scambiandosi cibo, acqua, alloggio, soccorso sanitario, sostegno e gioia di vivere, oltre naturalmente a sesso e droghe.
Una cosa inaudita, prima e dopo di quel periodo storico del tutto impossibile con l’intolleranza, le prevenzioni e le avidità imperanti: la mentalità hippy, così per molti aspetti fuori del mondo, utopistica, superficiale, bambinesca, fece lì il suo assoluto capolavoro assicurando, in una situazione incredibilmente critica e potenzialmente devastante, perfetta tolleranza, convivenza, gioia e reciproco rispetto.
Vi sono fior di libri ed un recentissimo, appassionato e tenero film (“Motel Woodstock”) che raccontano e descrivono l’umana e sociale eccezionalità di quest’evento, a cui rimando volentieri anche per non rendere questa recensione un romanzo.
Limitandomi a scrivere dell’album (triplo LP, poi doppio CD) scelgo di riportare una semplice serie di curiosità e qualche personale riflessione, considerando che un track by track delle canzoni legate a un evento di tale notorietà sarebbe per moltissimi poco intrigante:
– I tre LP costituenti l’opera avevano le facciate così suddivise: 1-6 + 2-5 + 3-4. Questo per permettere di affastellarli uno sopra l’altro nei cambiadischi (allora lo stato dell’arte della riproduzione musicale) e consentire di suonare di seguito l’intero album con una sola pausa a metà ascolto, necessaria per operare il semplice ribaltamento del pacchetto ed il suo riposizionamento sul piatto.
– Da queste sei facciate (e soprattutto dal film), sono rimasti fuori circa la metà dei trenta e oltre artisti performanti al Festival, le cui carriere si sono poi sviluppate in maniera più o meno importante, ma che certamente sarebbero state diverse godendo di un’adeguata apparizione su pellicola. I nomi: Creedence Clearwater Revival, Johnny Winter, The Band, Janis Joplin, Mountain, Grateful Dead, Canned Heat, Keef Hartley Band, Grease Band, Blood Sweat & Tears, Paul Butterfield Blues band, Sweetwater, Melanie, Incredible String Band, Bert Sommer, Tim Hardin, Ravi Shankar, Quill e infine, per sua precisa volontà, Neil Young. Diversi di loro appariranno l’anno seguente (1971) in un doppio LP (poi doppio CD) sequel denominato “Woodstock Two”, ma ripeto: solo una solida apparizione nel film avrebbe cambiato le loro vite od almeno la memoria collettiva nei loro confronti, non certo l’inclusione in questo secondo album.
– Per varie ragioni che oggi si possono riassumere con un gigantesco e comprensivo “mai avremmo pensato che quello che si prefigurava essere un banale concerto in campagna, male organizzato e davanti a quattro gatti, si rivelasse invece essere l’evento musicale del secolo”, i management dei seguenti celebri artisti non accolsero l’invito, a loro ufficialmente pervenuto, di partecipare al festival: Led Zeppelin (gulp!… ed erano già in zona, in tournée), Doors (gasp!), Bob Dylan (residente a Woodstock, lì vicino), Byrds, Jethro Tull, Moody Blues, Spirit, Joni Mitchell… Nomi che avrebbero reso ancora più leggendario il ricordo, già di per sé unico, di quest’evento.
– Crosby, Stills e Nash furono presentati e si esibirono come quartetto insieme a Neil Young, ma lo scorbutico canadese tenne uno dei suoi atteggiamenti lunatici ed intransigenti, non affiancandosi ai compagni per gran parte del set acustico e pretendendo ed ottenendo di non farsi riprendere dalle cineprese durante quello elettrico “perché lo distraevano dalla musica”.
– Gli Who salirono sul palco alle quattro del mattino. L’esibizione progredì piena di forza e spettacolarità mentre il cielo prendeva a colorarsi con l’aurora finché, nel momento stesso in cui il gruppo effettuava uno stop per consentire a Roger Daltrey di intonare l’immortale “See Me, Feel Me” (da “Tommy”, la rock opera che narra il riscatto di un ragazzo cieco), il primo raggio di sole spuntò all’orizzonte, dietro i quattrocentomila assiepati sul prato, investendo radiosamente il palco e gli occhi del cantante. Nessun tecnico delle luci sarebbe stato capace di tanto, Daltrey racconta ancora essere stato quello il momento più incredibile e magico di tutta la sua carriera di performer.
– Sul disco e nel documentario si scelse di qualificare l’esibizione di Jimi Hendrix semplicemente a suo nome; in realtà il genio di Seattle, reduce dallo scioglimento degli Experience ed ancora lontano dall’assemblaggio del successivo trio Band Of Gypsys, aveva deciso di affrontare Woodstock con una formazione allargata a sei elementi e comprendente anche una seconda chitarra e due percussionisti, iscritta al festival come “Gypsy Sun & Raimbows”. Consentì addirittura a Larry Lee, il secondo chitarrista, di proporre due propri pezzi, cantarli ed eseguirne l’assolo: una vera eresia, infatti andò a finire che lo speaker del festival annunciò semplicemente Jimi Hendrix (subito corretto da Jimi, ma il documentario ignora questo passaggio…), che nella porzione dell’esibizione immortalata dal film i tre “intrusi” quasi non apparissero, che il tecnico del suono Eddie Kramer, incaricato del missaggio di quest’album, relegasse la seconda chitarra e le percussioni ad un volume quasi inintelligibile. L’ostracismo si è protratto anche in tempi recenti: ascoltando l’intero, splendido concerto di Hendrix a Woodstock ufficialmente pubblicato qualche anno fa, pare che vi suoni un trio chitarra/basso/batteria, e quei due brani che vedono assoluto protagonista Larry Lee sono stati semplicemente omessi.
Per concludere, chi per caso o per gioventù non avesse ancora mai visto il film e/o ascoltato il disco è chiaramente invitato a farlo, essendo una pagina imprescindibile della cultura, della socialità, dell’arte, della storia dello scorso secolo. Per molti artisti ivi immortalati (Richie Havens, Ten Years After, Joe Cocker, Country Joe, Sha Na Na, Arlo Guthrie, John Sebastian…) esso ha costituito il colpo di fortuna di una carriera altrimenti molto meno brillante, a prescindere da considerazioni di valore musicale. Per tutti gli altri è semplicemente, ma sicuramente, il fiore all’occhiello della propria parabola artistica.

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Oltre a vicepresiedere come si conviene a un vicepresidente, ci guarda dall'alto dei suoi 192 cm. La foto non tragga in inganno.