Paul Simon “Graceland” (1986)

Paul Simon “Graceland” (1986)

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In onda tutte le sere alle 20,15 - 22,15 - 00,15

Ascolta il Disco Base della settimana

1. PAUL SIMON "The Boy In The Bubble"
2. PAUL SIMON "Graceland"
3. PAUL SIMON "I Know What I Know"
4. PAUL SIMON "Diamonds On The Soles Of Her Shoes"
5. PAUL SIMON "You Can Call Me Al"

discobase-fb-logoScrittore precocissimo di canzoncine, cantante folk dai mille pseudonimi, ammiratore delle armonie vocali a due dei mitici Everly Brothers, appassionato di contaminazione stilistica, compagno di avventure di Art Garfunkel, in quei Simon & Garfunkel interpreti di tante e tante hit memorabili. Cuore umile, incline allo struggimento spicciolo ma intensamente melanconico. Questa, in due parole, la carta d’identità di Paul Simon, classe 1941, nativo del New Jersey, all’epoca della sua rottura col grande amico e collega Garfunkel. Già all’indomani di quell’evento Simon scrive e ripesca canzoni da far confluire in un suo possibile esordio solista. A quel delizioso “”Paul Simon”” (1972), di lì a breve divenuto felice realtà, seguiranno ancora “”There Goes Rhymin’ Simon”” e “”Still Crazy After All These Years””, tre dischi in cui naviga – con la stessa mirabile scioltezza del duo madre – nelle acque più distese del cantautorato folk. E dove pure si permette di variare, con qualche punta di sacrilegio, il suo verbo, per donarsi ad ancora timidi stilemi reggae (“”Mother And Child Reunion””), jive (“”Me And Julio Down By The Schoolyard””), stomp (“”Kodachrome””), blues (“”St. Judy’s Comet””), fino a irrompere a gamba tesa negli arrangiamenti (“”Silent Eyes””).

Dopo una pausa dovuta a impegni con il cinema, Simon decide di compiere un primo, decisivo passo verso la sperimentazione. Le nuove canzoni mantengono lo stesso impianto, lo stesso respiro di sempre, ma al contempo ricevono un trattamento che mira a fondere i suoni come in un sogno, a evidenziare i ritmi come soffuse voci di accompagnamento, a impiantare musiche straniere in qualità di torpori autunnali. “”Heart And Bones””, il risultato di questo processo, è un disco triste che mette finalmente la poesia di Simon – sofferente e malinconica sulla perdita dell’amore – al centro di tutto, circondata di sfumati rimandi di stile, cori e armonie vocali, tastiere e organi hammond. Ma il lodevole intento non è recepito. Il pubblico reclama il timido cantore alla sei corde del passato recente e remoto dal ritornello facile, non il nuovo cupo sussurratore da pianobar d’avanguardia, e il disco crolla nelle classifiche di vendita.

Ma il peggio tira fuori il meglio. Paul Simon nei tre anni successivi rompe gli indugi e assetta una band ampia e sfaccettata, composta in parti uguali di musicisti africani, malleabili sessionmen, e ospiti illustri, amici e idoli del passato e del presente del cantautore. Ciò che ne risulta, “”Graceland””, chiarirà – per così dire – la sua nuova posizione artistica. Ma soprattutto diventerà un nuovo metro di paragone, uno scoglio degli anni 80 e un paletto nella definizione delle tendenze e delle correnti di pensiero. Nascerà, con “”Graceland””, lo stile affiliato e imparentato con le tematiche umanitarie protese verso le problematiche del terzo mondo: mai come prima la scrittura calda di Simon riesce a uscire dalle turbe sentimentali e a sposarsi meravigliosamente a cause più estese, al cuore infranto dell’opinione comune e dell’immaginario collettivo di metà decennio. E’ il colpo di genio definitivo della sua carriera. Quella di “”Graceland”” è un’occidentalizzazione di ritmi e stilemi afro che non è seconda a quella perpetuata da Peter Gabriel e dai Talking Heads (per tacere di Brian Eno, antecedente a tutti). Con la differenza che nel canzoniere di questo disco non c’è quasi nulla della dimensione tecno-metafisica del primo e ancor meno della dimensione psico-alienata dei secondi. Con “”Graceland”” fiorisce la componente etnica della musica roots, anche acquistandone un sapore quasi planetario.

I miracoli di produzione e arrangiamento sono almeno tre. “”The Boy In The Bubble”” distribuisce un quasi-rap a perdifiato in un letto di accordion cristallino e basso elettrico a mo’ di trombone, e un coro femminile africano come angeli a mormorare dal cielo a trasfigurare un pesante tempo di saltarello. Quindi “”I Know What I Know””: due chitarre ai lati stereofonici in perpetuo strimpellio tex-mex, un rimbombante battito sincopato, persino danzabile, singhiozzi di donne africane che rendono assordante il ritornello. E poi certamente “”You Can Call Me All””, la hit dell’album, che spinge Simon anche più distante dalle sue radici folk, tramite richiami di trombe all’unisono, fiati boliviani, e il battito scrosciante della sezione ritmica.

Il galop country in sordina della title-track, con una malinconia steel in lontananza e sofficissime armonie senza parole in sottofondo, e il reggae come ninnananna a due di “”Under African Skies””, con improvvise impennate soul, sono il coerente pegno che l’autore paga al suo passato rurale. Qui però la questione diventa una volta di più trasognata e trasfigurata, perfettamente coerente con l’andazzo tanto pan-etnico quanto quotidiano delle musiche dell’album. Le storie dei testi, in generale, sono proprio così: storie, racconti. Umili, introverse, ma squisitamente comunicative. Narrano di amori difficili, di dolci tormenti, di miti che accomunano e rendono corale il sentimento.

Un magistrale coro a cappella zulu lancia “”Diamonds On The Soles Of Her Shoes””, il brano baricentrico, equamente conteso tra groove di percussioni africane e le pose fusion degli ottoni, con un basso che sparpaglia cristalli melodici, secondo un timbro che mima un ennesimo fiato “”aggiunto””. E “”Homeless”” è una sorta di appendice ideale dell’incipit di “”Diamonds””:, sole armonie vocali dapprima mormorate in un mix di codici africani e anglosassoni, quindi vivificate e alzate di tono in un veloce cambio di umore, indetto dalla voce dello stesso Simon.
Lo ska-jive di “”Gumboots””, con la chitarra a mo’ di carillon a fare da fiddle, è un altro grande momento – forse quello più diretto -, della fusione messa in atto dall’opera, dell’incontro tra sogno e divagazioni di calligrafia. “”That Was Your Mother””, un misto di zydeco e foxtrot con sax, è invece un ibrido persino esageratamente ostentato. “”Crazy Love Vol. II””, con cornici hawaiane, è una “”You Can Call Me Al”” minore, che ripiega ancora una volta sulle tematiche amorose e sul divorzio, ma anche scolpendo arrangiamenti plastici. Ultima giostra stilistica è “”All Around The World””, che per gli standard tenui di Paul Simon è un contagioso, irresistibile anthem cow-punk.

Incorniciato temporalmente da un “”Live Aid””, anno domini 1985, in cui queste tematiche furono presentate a gran voce da uno stuolo di artisti davanti a decine di migliaia di persone, e un clamoroso ritorno di fiamma degli anni recenti, da parte di band come Indian Givers, Yeasayer, !!! (“”Me and Giuliani Down by the Schoolyard””, cfr.), Plants And Animals, e gli ormai arcinoti Vampire Weekend che quasi lo citano a menadito, rimane e rimarrà un evergreen rampante, immediato, suadente, con parti preziose e anche un’altissima qualità di suono. Il suo titolo rimanda alla casa-museo di Elvis, ma è solo un pretesto per tramutare le storie di ogni giorno in leggende da tramandare, e quindi agganciarsi al solidissimo livello della musica. E’ stato registrato direttamente a Johannesburg, vi compaiono celebrità come Lisa Ronstadt, la perfetta seconda voce di “”Under African Skies””, un’altra artista innamorata del trasformismo, i suoi padri putativi Everly Brothers a vegliare sull’atmosfera fatata della title-track, i Los Lobos a sferzare “”All Around The World””, i pimpanti cori dei Ladysmith Black Mambazo con cui la voce di Simon s’integra a meraviglia. Senza tante complicanze esegetiche, leggenda vuole che Simon lo concepisse ascoltando un misero nastro dei Boyoyo Boys, intitolato non a caso “”Gumboots””, un po’ come Antonin Dvorak concepì il “”Nuovo Mondo””, suo capolavoro, ascoltando semplicemente una banda folkloristica di nativi indiani. Un Dvorak rock la chiamerebbe, assieme con la “”Passion””, una “”Sinfonia dal Terzo Mondo””. Milioni di copie vendute, e non solo per merito di “”You Can Call Me Al””. Seguito fedelmente, ma spostando di un po’ i riferimenti al versante latinoamericano, da “”The Rhythm of the Saints””, 1990.

Michele Saran

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Oltre a vicepresiedere come si conviene a un vicepresidente, ci guarda dall'alto dei suoi 192 cm. La foto non tragga in inganno.