Il fango sulla gobba

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Le cure termali dei Gonzaga e il curioso caso di Paola

Pareri Rudi-mentali

Il turismo termale, la cui origine è antichissima, era di gran voga per la nobiltà del periodo rinascimentale. E i Gonzaga, al pari delle altre signorie dell’epoca, non mancarono di praticarlo. A più riprese, nel corso dei secoli, troviamo le testimonianze di questa usanza.
Il marchese Ludovico prediligeva le cure nella piemontese Acqui. Il fratello Gianfrancesco, invece, frequentava i Bagni di Corsena presso Lucca. Il cardinale Francesco era di casa a Porretta. E, se il duca Federico II trovava sollievo nelle vicine terme di Caldiero, presso Verona, Vincenzo I non esitava a organizzare spedizioni ben più lontane e impegnative, stazionando in più occasioni ai bagni di Spa, nelle Fiandre.
I soggiorni termali venivano usati per molteplici scopi curativi. Nelle testimonianze storiche che riguardano i signori di Mantova, ve n’è però uno assai più curioso rispetto a tutti gli altri.
Nel maggio del 1475 la piccola Paola Gonzaga, allora undicenne, viene spedita ad Abano, presso Padova, con la sorella maggiore Cecilia e un seguito di una ventina di persone. Il fine è quello di verificare se un intero mese di cure coi fanghi possa rimediare alla gobba che nella ragazzina era già cresciuta.
La malformazione alla schiena, come è noto, era una tara entrata nella famiglia Gonzaga attraverso Paola Malatesta che nel 1409 aveva sposato Gianfrancesco, primo marchese di Mantova. Altre due sorelle della piccola Paola, Susanna e Dorotea, erano già gobbe. E questo “inconveniente” era stato per loro la causa del mancato matrimonio quando il promesso sposo ne era venuto a conoscenza.
Insieme alla sorella Cecilia, che in quel momento ha 24 anni ed è già monaca, la piccola Paola Gonzaga trascorre le giornate in allegria. A dispetto del triste destino che la vita le riserverà, Paola sembra essere particolarmente allegra. Vivace, spensierata, affettuosa, ama cantare e «balar a la padoana», ridere e scherzare.
La ragazzina, però, è costretta a vivere sotto copertura sia durante il viaggio sia durante il suo stazionamento ad Abano. Il motivo è che non si vuole svelare la sua vera identità e, soprattutto, non si vogliono far divulgare voci sulla sua malformazione. Per Paola sono ancora in atto trattative matrimoniali e i genitori, certamente, non vorrebbero rivivere la triste esperienza capitata alle altre due figlie. Paola dimostra di saper stare al gioco con abilità e pazienza, viaggia in incognito e, all’occorrenza, si finge una servetta della sorella Cecilia.
Alla fine del mese di soggiorno sono tutti contenti di tornare a casa. Il dottore di fiducia della marchesa, che accompagnava la spedizione, scrive a Mantova anticipando che, per quanto riguarda la gobba di Paola, non bisogna farsi illusioni circa gli effetti delle cure, efficaci sì, ma che non hanno prodotto miglioramenti visibili all’occhio, perché «i bagni non fanno li miraculi».
In compenso, però, il dottore ci tiene a far sapere che la ragazzina è divenuta «grassa e gagliarda» e che la vita all’aria aperta le ha concesso un bel colorito abbronzato, tanto che «par uno pocho nigreta».
[rudy favaro]

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