Tacita Muta

Tacita Muta

1955
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Antica festa della dea romana del silenzio

Almanaccando

Domani, 18 febbraio, nell’antica Roma era il giorno sacro a Tacita, o Tacita Muta, dea del silenzio, della sospensione dei discorsi non amichevoli e delle malelingue.
Ovidio ci racconta che Tacita era una ninfa, il cui nome in principio era Lara, o anche Lala, un nome derivato dal verbo “laleo”, che in greco significa “parlare, chiacchierare”.
Prima di essere celebrata col nome di Tacita, dunque, Lara parlava, come tutte le ninfe. Ma, ahimè, parlava troppo. E, soprattutto, parlava a sproposito. Un giorno, infatti, ebbe la pessima idea di svelare alla sorella Giuturna l’amore che Giove nutriva per lei, rendendo vani i tentativi di seduzione del dio. E Giove, per punirla, con una sorta di atroce contrappasso, le strappò la lingua.
Ma veniamo alla festa in suo onore: ogni anno Tacita veniva celebrata, come dea del Silenzio, con un rito durante il quale, con tre dita, si collocavano tre grani di incenso sotto la soglia, in un buco di topo; si legavano dei fili “incantati” a un fuso, tenendo in bocca sette fave; si cospargeva di pece una testa di pesce (animale muto per eccellenza). E quindi lo si arrostiva, lo si spruzzava di vino, e si beveva il vino rimasto. Un rito propiziatorio volto a ottenere la protezione di Tacita. Uno strano rito, che usa un fuso e la magia, antico appannaggio femminile, volto a chiudere la bocca alle maldicenze.
Una divinità importante insomma, questa Tacita, dea del Silenzio. Per noi, una dea dalla storia particolarmente significativa. La storia di una donna leggera, incauta, irriflessiva, che aveva fatto cattivo uso di una qualità di cui i romani, quando veniva usata nel modo giusto, andavano particolarmente fieri: la parola. Quella parola che consentiva ai retori di dimostrare le loro tesi; che era uno degli strumenti fondamentali della lotta politica; quella parola che influenzava e determinava la pubblica opinione; che induceva il popolo a rispettare i detentori del potere, a riconoscerli come rappresentanti dei suoi interessi, a obbedirli e a seguirli.
La storia di Tacita, che aveva imperdonabilmente usato la parola a sproposito, dovrebbe far riflettere i molti che, di questi tempi, di parole abusano.
[rudy favaro]

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