Piazza Canossa

Piazza Canossa

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a cura di Maria Vittoria Grassi

Andar per Mantova 22 aprile

Palazzo dei Canossa – è difficile ma poco probabile che il nome sia da mettere in relazione con la discendenza della famosa Matilde – si affaccia su un lato della piccola ma caratteristica piazza che porta lo stesso nome, delimitata, di fronte al Palazzo, dall’Oratorio della Madonna del Terremoto, e, sul terzo lato, dalla fontana e dal Palazzo porticato (1720) che risulta segnata nelle mappe urbane del 1776. A quella dat
a la proprietà era ancora dei Canossa. Il prolungamento di Palazzo Canossa nell’Albergo Reale, (oggi Palazzo Barbetta, con ingresso in Via Cavour), che continua in una delle viuzze che escono dalla piazza, contribuisce ad accrescere l’originalità di questo spazio dominato, un tempo, dalle abitazioni degli Alberigi e dalla quattrocentesca dimora (ora scomparsa) di Giacomo Crema, uno dei fedelissimi di Ludovico II Gonzaga. Gli Alberigi, che possedevano prima dei Canossa l’ edificio e davano il nome alla piazza, erano una famiglia di origine fiorentina che aveva ottenuto dalla potestà ducale onori araldici e terre. Orazio Canossa permutò e comprò area e precedenti costruzioni nel 1654 (sborsando ben lire 60.193) da Ercole Alberigi, conte di Quaranta. In cambio gli Alberigi ottenevano la casa, fino ad allora abitata dai Canossa, posta nell’attuale via Finzi, valutata lire 48.093. Qui gli Alberigi vissero fino al 1830.
La famiglia Canossa che diede il nome alla piazza appartiene a un ramo veronese, attualmente presente a Verona, della casata, forse, ma non è accertato, imparentato alla lontana con il più famoso ramo estintosi con la potente Matilde (1046 -1115), che esercitò la sua forte influenza politica nella storia d’Italia e d’Europa dal secolo XI e di cui abbiamo già avuto occasione di parlare. Dal 1478 la famiglia Canossa che diede il nome al palazzo e alla piazza di Mn risulta annoverata tra quelle del nobile consiglio di Verona e assunse – nel 1604 – il marchesato. Molti suoi componenti furono illustri e ricoprirono a Verona importanti incarichi. Tra il secolo XVIII e il XIX, ad esempio, si possono citare personaggi insigni: marchesi, cardinali e vescovi.
Nel Cinquecento questa piazza era chiamata Plateola cum uno puteo (piazzetta col pozzo), poi diventò piazza alberriggia e poi ancora, più concretamente – nel XVII secolo – piazza del fieno. Proprio allora lo slargo si trasformò. Regnavano ancora i Gonzaga, ma erano quelli di Nevers, un ramo cadetto della famiglia. I Lanzichenecchi, nel 1630, avevano già depredato Mantova e i fasti di un tempo erano oramai un lontano ricordo, eppure la città seppe trovare la forza di crescere e di trasformarsi: negli stessi anni in cui si ridefiniva lo spazio di Palazzo Canossa (1659-69), s’innalzarono, infatti, altri edifici illustri, Palazzo Valenti, Palazzo Sordi, il Palazzo del Rabbino. Nel 1659 il marchese Orazio Canossa acquisì le case e gli spazi cortivi necessari per l’edificazione di un’enorme dimora. Scompariva il vecchio Palazzo Alberigi e nasceva un’opera architettonica davvero sontuosa, quella che, almeno all’esterno, vediamo ancora adesso.
La facciata, grazie all’uso del bugnato, assunse un aspetto murario raffinatissimo. Certo sopravvisse, nel prospetto, un influsso cinquecentesco, eppure l’edificio rientra in un gusto pienamente seicentesco: le ornamentazioni esterne si basano su bugne, rese particolarmente evidenti da un rivestimento decorativo che aggiunge peso e solidità alla struttura. L’uso del bugnato serve dunque a dare un tocco in più di originalità, attribuendo, nello stesso tempo, peso e movimento all’edificio.
Tutto il disegno della facciata, nel suo complesso, è caratteristico e originale: è lineare, ma fuori delle consuetudini, presenta un’armonica scansione delle cornici delle finestre, tutte caratterizzate, al piano terra, da timpani spezzati, con il concio interno, marcato dallo stemma di famiglia. L’effetto complessivo è quello di un forte chiaroscuro, che attira l’attenzione e invita a riflettere sull’importanza dell’edificio e, quindi, della famiglia che lo costruì ingrandendone poi le dimensioni fino ad estenderlo dall’attuale Via Fernelli quasi all’odierna Via Cavour.
Le altre finestre del piano nobile, come già quelle del piano terreno nella facciata, si arricchirono di una parte superiore, composta da un architrave sostenuto due mensole: di nuovo una derivazione cinquecentesca, rinnovata dalla presenza di qualche superfluo ornamento. Lo stesso intento si rileva, anche nel cornicione: una sequenza di mensole raggruppate a cinque a cinque, con un intervallo volto a sottolineare le piccole finestre rettangolari sottostanti.
Il Palazzo, con i Canossa, assunse gradualmente l’estensione di un corte quasi principesca, che si estendeva sia sulla via dei Tosabezzi (odierna via Fernelli) che su Piazza Canossa, ove emerse lo scorcio principale.
Il portale, grande ed imponente, è scandito da una coppia di colonne binate – poggiate su alti piedistalli – e mira a sostenere un poggiolo che assecondava la maestosità dell’edificio: dietro le colonne due cani da guardia in marmo (a ricordare il nome e lo stemma dei proprietari – Can/ossa) vigilano ancora oggi sulla bellezza della dimora.

L’ORATORIO DELLA MADONNA DEL TERREMOTO
O DEI CANOSSA

E’ la piccola chiesa, di fronte a Palazzo Canossa, che dà equilibrio e completezza alla piccola piazza.
In origine, dove ora sorge la chiesa, si trovava un oratorio, costruito in seguito ad un modesto terremoto, avvenuto nel 1693. In quell’occasione alcuni cittadini ritennero di essere scampati alla morte grazie all’intercessione di una immagine votiva dipinta su una parete, sul muro opposto della piazza rispetto alla facciata principale di Palazzo Canossa. Come ringraziamento alla Vergine i mantovani eressero quindi un piccolo recinto di legno, in sostanza una Cappelletta, che ospitasse la porzione di muro su cui era dipinta l’immagine della Madonna. Poi, nel 1759, fu costruita la chiesetta, dedicato all’immagine miracolosa della Vergine Maria, protettrice dei devoti di fronte alle minacce della natura. Sulla facciata si legge, appannata dal tempo, l’antica inscrizione: A SOLO EXCITAVIT PIETAS ANN. MDCCLIX, (la devozione la fece innalzare dal suolo nel 1759). Sulle pareti dell’unica minuscola navata furono fatte collocare dai fedeli due tele raffiguranti una natività e una deposizione di Cristo, opere di Giuseppe Bazzani, uno dei più grandi interpreti della pittura tardobarocca italiana