Crimini gonzagheschi

Crimini gonzagheschi

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a cura di Maria Vittoria Grassi

Andar per Mantova 3 Giugno

Nel mio bighellonare per Mantova ho fatto un’ampia sosta qualche giorno fa al Museo Diocesano di Piazza Virgiliana, dove fino al 20 settembre è visitabile la mostra dedicata ai Volti dei Gonzaga, una rassegna che ci mostra i ritratti e, dietro i ritratti, le storie, di tanti personaggi che hanno costruito secoli di storia per Mantova e il suo territorio. Non intendo certo passare in rassegna tutto l’albero genealogico che ho visto sfilare nei suggestivi ritratti di signori e signore noti e meno noti, ma ho avuto occasione di risentire e ripassare, durante la visita guidata dal curatore, Giancarlo Malacarne, episodi diciamo “”umani”” della vita di quel tempo, miserie e nobiltà che spesso sono sfumate nella leggenda ma che hanno ben precise radici storiche. A rischio di raccontare cose già note mi soffermo sulla vicenda di due donne, vittime della sfortuna di dover diventare capri espiatori degli intrecci matrimoniali a cui erano esposte le nobili di allora, destinate o a contrarre matrimoni concordati o ad entrare in convento o a seguire una sorte loro assegnata da padri madri fratelli e parenti vari. Le due nobili signore di cui parlerò oggi sono Agnese Visconti, moglie di Francesco primo Gonzaga e Margherita Farnese, moglie – si fa per dire – di Vincenzo primo. Andrò per ordine e racconterò brevemente la loro triste storia, senza pretesa di essere troppo scientifica. Agnese Visconti andò sposa a quattordici anni a Francesco primo Gonzaga, quindicenne. Non pare che Agnese fosse particolarmente bella o procace o allegra, anzi: però portava il nome di Visconti e si trovò invischiata in rivalità e trame di potere, legate alla morte di Bernabò Visconti, suo padre. Così il marito decise di liberarsi di una moglie scomoda. Che fare? la soluzione trovata da Francesco e dai suoi consiglieri fu alquanto drastica: si costruì un processo contro Agnese, accusata di aver commesso adulterio con un certo Antonio da Scandiano. Il processo , certo, seguì le regole del caso: Agnese confessò il tradimento ma, anche a quell’epoca, la tortura faceva miracoli. Le testimonianze portate da ancelle e servitori furono false al limite del grottesco: si arrivò a raccontare addirittura che i due amanti, durante i loro incontri, avevano l’abitudine di cantare a squarciagola, cosa che ovviamente rendeva il loro amore tutt’altro che clandestino. Bene, in conclusione, nel 1391, Agnese fu condannata e decapitata, senza tanti complimenti, nell’attuale Piazza Pallone, dove oggi si racconta che nelle sere di nebbia e di tempesta lei vaghi ancora, gemendo e lamentandosi della sua infelice e ingiusta sorte. E il marito? Ovviamente si consolò rapidamente , sposando, due anni dopo, Margherita Malatesta.
La seconda infelice storia, ancora, se possibile più torbida, riguarda Margherita Farnese e avviene circa due secoli dopo. Il ritratto di Margherita, al Museo diocesano, ci restituisce il volto di una ragazzina graziosa, triste e rassegnata, abbigliata con vesti e monili più grandi di lei. Aveva tredici anni Margherita, quando andò sposa a Vincenzo primo Gonzaga. Era, ovviamente un matrimonio combinato, che doveva sancire il riavvicinamento tra le due casate di provenienza. Ma le nozze si rivelarono un fallimento: Margherita era fisicamente incapace di accoppiarsi col marito a causa di una malformazione congenita. La poveretta dovette assoggettarsi ad umilianti “”verifiche””: furono chiamati medici esperti legali teologi che si disputarono ,a colpi di visite sentenze accuse e controaccuse, le ragioni delle due famiglie Farnese e Gonzaga. La povera ragazzina, sottoposta a vergognosi soprusi e umiliazioni fisiche, dopo la sentenza di nullità del matrimonio fu relegata in convento a Parma, dove visse a lungo, ed ebbe forse la soddisfazione di vedere sparire prima di lei i suoi persecutori. E il marito?

Concludo con l’epilogo della pruriginosa vicenda di Vincenzo primo Gonzaga e Margherita Farnese, epilogo noto e degno di un romanzo a tinte fosche. Infatti, quando Vincenzo decise, dopo l’annullamento del matrimonio, di convolare di nuovo a (in)giuste nozze dovette a sua volta provare un po’ dell’umiliazione subita dalla precedente moglie. I parenti della futura nuova moglie infatti, Eleonora Medici, non si fidarono gran che della precedente sentenza e pretesero che Vincenzo provasse “”fattivamente”” la sua virilità: era proprio vero che la colpa era tutta di Margherita? Come si è già molto detto e scritto, alla fine Vincenzo superò la prova di virilità, adeguatamente preparata descritta e controllata, prova che in qualche modo, nei suoi umilianti risvolti, riscattò le pene subite dall’infelice ragazzina Margherita, esposta senza sua colpa all’invadente violenza della ragion di stato.

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