Convivium – Profumo d’asparagi

Convivium – Profumo d’asparagi

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Profumo d’asparagi

Un saluto e bentrovati a tutti gli ascoltatori!

Primavera, voglia di asparagi. Che sia bianco, violetto o verde, selvatico o coltivato, questo ortaggio si sposa con tante ricette in cucina. Sono ricchi di fibra, vitamina C, sali minerali e hanno la particolare caratteristica di stimolare l’appetito, oltre ad essere depurativi e diuretici. Inoltre, fanno bene all’umore perché ricchi di triptofano, un amminoacido che serve per sintetizzare la serotonina, il neurotrasmettitore della felicità.

La storia dell’asparago è millenaria: pare che siano stati gli antichi egizi a diffonderne la coltivazione nel bacino del Mediterraneo e, a fasi alterne, venne considerato un alimento riservato alle élites. Sempre a fasi alterne, venne considerato un cibo dai poteri afrodisiaci. Presso i greci, per esempio, era considerato altamente eccitante; mentre i Romani, pur avendone una grande considerazione, avevano opinioni contrastanti a riguardo. Alcuni consigliavano alle donne di portarne le radici in un sacchetto nascosto tra le vesti come contraccettivo; altri, tra i quali lo storico e naturalista Plinio il Vecchio, ritenevano che gli asparagi accrescessero l’eros nell’uomo che se ne fosse cibato. Fu però nel medioevo, periodo in cui la coltivazione e la raccolta di questa pianta era legata prevalentemente alle sue qualità terapeutiche, che si mise fine a qualsiasi discussione sull’argomento, quando la celebre Scuola Medica Salernitana sentenziò autorevolmente che “augmentat sparagus sperma”.

Probabilmente la fama afrodisiaca dell’asparago si lega principalmente alla sua forma, lunga e turgida, di chiaro riferimento fallico; e alla velocità di crescita dei turioni (così si chiamano tecnicamente le punte) che in uno o due giorni possono raggiungere anche i venticinque centimetri. Ecco allora che contro la frigidità femminile si consigliavano punte di asparagi avvolte nei petali di rose e, per curare l’impotenza e favorire la fertilità maschile, si prescrivevano gli asparagi più grandi. Quest’ultima credenza è viva ancora oggi a Bassano del Grappa, dove asparagi bianchi dal fusto molto grosso sono prodotti e consumati quale alimento propiziatorio del pranzo nuziale.

La storia ci narra anche di uomini illustri che ricorsero agli asparagi e ai suoi poteri. Luigi XIV ne era così ghiotto, da far erigere a Versailles un obelisco in onore del giardiniere che riuscì a coltivarli tutto l’anno. Di Napoleone III si dice invece che li ritenesse così indispensabili nelle cene intime con donne avvenenti, da rimandare il convivio nel caso in cui il cuoco non fosse riuscito a prepararli.

C’è poi addirittura chi ha anche voluto ipotizzare un menù a base di asparagi alla tavola della Cena in Emmaus, uno degli episodi in cui il Cristo appare dopo la sua Resurrezione: in un famoso dipinto del pittore veneziano Giovanni Battista Piazzetta è ben visibile il piatto di asparagi, che probabilmente il pittore apprezzava in una delle più classiche ricette della tradizione: asparagi e uova, conditi con sale, pepe, olio e, in base ai gusti di ognuno, anche l’aceto. “De gustibus non disputandum est”, non si discute sui gusti personali: questa nota locuzione latina, stando a Plutarco, fu coniata da Giulio Cesare davanti a un piatto di asparagi al burro serviti nella domus di un ricco e influente cittadino milanese. Ai generali romani la pietanza non piacque affatto; i romani infatti erano abituati all’olio mentre il burro era considerato un alimento “barbaro”. Allora Cesare, di fronte all’imbarazzante situazione, placò gli animi con la famosa frase, “de gustibus non disputandum est”, facendo capire che non si obbietta quando si viene ospitati da qualcuno.

Vi saluto con una letteraria descrizione dell’asparago, tratta da “Alla ricerca del tempo perduto” di Marcel Proust: “sostavo rapito davanti agli asparagi, aspersi d’oltremare e di rosa, e il cui gambo, delicatamente spruzzettato di viola e d’azzurro, declina insensibilmente fino al piede – pur ancora sudicio del terriccio del campo – in iridescenze che non sono terrene. Mi sembrava che quelle sfumature celesti palesassero le deliziose creature che s’eran divertite a prender forma di ortaggi e che, attraverso la veste delle loro carni commestibili e ferme, lasciassero vedere in quei colori nascenti d’aurora, in quegli abbozzi d’arcobaleno, in quell’estinzione di sete azzurre, l’essenza preziosa che riconoscevo ancora quando, l’intera notte che seguiva ad un pranzo in cui ne avevo mangiati, si divertivano, nelle loro burle poetiche e volgari come una favola scespiriana, a mutar il mio vaso da notte in un’anfora di profumo”.

 

@Convivium_RB

Alcune notizie da: www.taccuinistorici.it

Immagine: G.B. Piazzetta, “Cena in Emmaus”, 1715 ca., The Cleveland Museum of Art