Proverbi e tradizioni quaresimali

Proverbi e tradizioni quaresimali

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E’ il periodo della Quaresima, che dovrebbe preparare con penitenze ed astinenze i fedeli alla festa di Pasqua.

Uso il dovrebbe, perché oggi anche questo periodo di sacrifici si è trasformato in un blando e modesto tempo di attesa, ben lontano dai riti e dalle rinunce di una volta. Basta ricordare che, in periodo quaresimale, un tempo non si celebravano matrimoni ed erano banditi tutti i momenti di festa e di piacere, compresi i festeggiamenti a tavola, dove si praticavano abbondantemente digiuno e pasti di magro (abitudini, forse derivate anche dalle scarse risorse economiche di allora).

Due i proverbi significativi: ” L’amore di Carnevale muore in Quaresima” e “Tutti i cibi di Quaresima fan male a chi abusò di tutti in Carnevale”. E valeva soprattutto un altro bel proverbio: “Quando un poveretto mangia una gallina/ o è ammalato lui o è ammalata la gallina”. Proverbio accompagnato anche, forse poco elegantemente, da “Quarésma e presòn i è fate pr i coiòn”, perfetto per individuare il lungo periodo in cui si faceva davvero penitenza.

Preghiere ed altre privazioni – aggiunte alla durezza della vita di qualche decennio fa – rendevano davvero interminabili i quaranta giorni dopo le Ceneri, tanto da giustificare l’espressione, ancor oggi in uso, di “longh cmè la quarèsma” (lungo come la Quaresima), attribuita a persone o situazioni caratterizzate da una lentezza esasperante.

Altre usanze di quelle “nere” quaresime sono ormai quasi dimenticate.

Un solo pasto al giorno, niente carne e poco vino, preghiere individuali e collettive, secondo la convinzione che :” Urasiòn dla santa Quaresima/ ch’la dura quaranta dé/: s’ha dsuna ‘l Signur/ a dsunarò anca mé! “.

Inoltre anche alle botteghe era vietato vendere carni o salumi grassi: solo alcuni specifici macellai erano autorizzati a vendere carne per gli ammalati, dietro ricetta medica vistata accuratamente dal parroco!

E poi continenza nei rapporti coniugali, banditi i divertimenti, la caccia e gli schiamazzi.

C’era però una tregua, il quarto giovedì dopo le Ceneri, a mezza quaresima. Allora ci si sfogava, dopo tante rinunce, e la tradizione ricorda che quello era il momento di “rasgàr la Vecia”, di segare e di bruciare cioè un fantoccio, coperto di stracci, una strega Vecchia bacucca.

Il rogo, le grida e le risate servivano ad esorcizzare frustrazioni, disagi e paure. “La vecia bacuca/la pesta la suca/ la pesta la sal/ la Vecia dal Carnual”.

A risentirci

Maria Vittoria Grassi

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