David Crosby “If i could only remember my name” (1971)

David Crosby “If i could only remember my name” (1971)

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David Crosby
“If i could only remember my name”, 1971 (Atlantic)
Country rock

di Luigi Viva

Passano il tempo e, quando mi si chiede di stilare una lista dei miei dischi preferiti, immancabilmente, il primo rimane “IF I COULD ONLY REMEBER MY NAME” di David Crosby.
Quando Crosby lo registrò aveva ventinove anni ed era all’apice del successo con Crosby, Stills, Nash & Young; purtroppo era da poco sprofondato nell’eroina causa una gravissimo lutto. L’album, negli States, venne praticamente stroncato, mentre per noi in Italia diventò subito di culto, grazie anche a Per Voi Giovani e Claudio Rocchi, uno dei conduttori dell’epoca.
E’ un disco che ogni volta, anche a distanza di tanto tempo ti folgora per il suo suono, per la qualità della registrazione del vinile originale. Registrato da Stephen Barncard ai Wally Heider di San Francisco viene considerato il primo e più importante disco manifesto del movimento musicale della West Coast. Vi partecipano infatti, alcuni fra i più grandi musicisti dell’epoca: Joni Mitchell, Grace Slick, Jorma Kaukonen, Jack Casady e Paul Kantner dei Jefferson Airplane, Jerry Garcia Bill Kreutzman, Phil Lesh dei Grateful Dead, Graham Nash, Neil Young, Greg Rolie e Michael Shrieve dei Santana, il tutto sotto la direzione artistica del leggendario producer David Geffen
Climi da sogno si alternano a passaggi acidi delle chitarre elettriche (Cowboy Music); le leggendarie Martin di Crosby, ci riportano indietro ai tempi del peace and love. Crosby stesso, parlando dell’album ai giorni nostri, non si rende conto di come sia uscito così leggero, sognante. Due i brani cofirmati Music is Love (insieme a Graham Nash e Neil Young) e What are their names scritta con Young, Jerry Garcia, Phil Lesh e Michael Shrieve. I rimanenti sei pezzi sono a firma di Crosby oltre alla riproposizione del tradizionale Orleans.
Laughing fu scritta pensando alla svolta mistica di George Harrison, caratterizzata dalle grandi armonie vocali e dagli straordinari interventi di Jerry Garcia alla pedal steel guitar strumento che aveva iniziato ad utilizzare proprio in quel periodo, lui che è stato uno degli indiscussi grandi della chitarra rock.
Straordinarie armonie vocali in Tamalpais High, grande chiusura con I’d Swear There Was Somebody Here, 1:19 di sovraincisioni vocali, quasi un precipitare all’interno di un canyon. E’ l’inizio di un trip che ha rischiato di privarci della straordinaria presenza di David Crosby uno dei giganti della storia della musica, fortunatamente, ancora saldamente in sella con gli ultimi bellissimi album.
Il suggerimento che faccio, è di ascoltarlo a occhi chiusi per rivivere uno dei più stimolanti periodi musicali di tutti i tempi.

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Luigi Viva è nato a Roma nel 1955. Tra le sue collaborazioni giornalistiche “Il Sussidiario.net”, “Raro!”, “Paese Sera”, “Ciao 2001”, “Il Tempo”, “Jam”, “Classic Jazz” e “Classic Rock”. Nel 1989 pubblica "Pat Metheny. La biografia, lo stile, gli strumenti" (Franco Muzzio Editore). Nel 2013 esce "Pat Metheny. Una chitarra oltre il cielo" (Stampa Alternativa). Per Feltrinelli ha pubblicato "Non per un dio ma nemmeno per gioco. Vita di Fabrizio De André" (2000) e "Falegname di parole. Le canzoni e la musica di Fabrizio De André" (2019).