ENERGIA: VARIABILE FISICA O CULTURALE?

ENERGIA: VARIABILE FISICA O CULTURALE?

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Se sei grande qualche centimetro e devi affrontare il mondo, che speranze hai di sopravvivere? La statistica non può dare molto conforto perché basta una scarpa inconsapevole o un colpo di paletta per finirti. Eppure gli insetti, che per la maggior parte si sono trovati in queste sfortunate condizioni, annoverano oltre un milione di specie e i mammiferi solo 5 500 circa. L’essere piccoli davanti ad un problema non significa essere impotenti o irrilevanti se si abbandona la convinzione di essere da soli; le formiche ad esempio vivono all’interno di comunità che, grazie al contributo di ogni singolo a cui è assegnato uno specifico ruolo, riescono a costruire formicai grandi anche come un campo da calcio, modellando il paesaggio al pari della specie umana. Un organismo da solo può poco ma un superorganismo, cioè un gruppo di individui che interagiscono in modo così stretto da agire come un’unità, può tanto. Secondo Bill McKibben “la cosa migliore che come individuo puoi fare [per contrastare la crisi climatica] è essere meno individuale” e se pensiamo alle formiche abbiamo la prova che non si tratta di un’utopia. Ognuno può agire per ridurre l’impatto antropico sulla Terra e su tutte le altre specie nostre coinquiline ed è quindi di ognuno la responsabilità se ancora non siamo stati in grado di cambiare davvero il nostro attuale stile di vita.

Per avere qualche idea sulle azioni migliori da intraprendere e su come comunicare a chi ci circonda, amici, parenti e colleghi, il riscaldamento climatico, possiamo ispirarci a ciò che diranno Emilio Santoro, fisico nucleare, autore e sceneggiatore teatrale, cinematografico e televisivo, e Antonio Disi, architetto e divulgatore. Perché dobbiamo sempre ricordarci che “l’emergenza climatica è una gara che stiamo perdendo, ma è una gara che possiamo vincere. La crisi climatica è causata da noi e le soluzioni devono venire da noi.” (Antonio Guterres).Dottor Santoro e dottor Disi, quali sono i suggerimenti che dareste a chi si occupa di comunicare la crisi climatica per evitare di suscitare nel pubblico solo un sentimento di ecoansia e di impotenza?

Disi: I consigli sono diversi. Innanzitutto la comunicazione efficace deve far leva sulle emozioni e non essere solamente informativa, come spesso accade, e rivolta al buonsenso delle persone perché le decisioni si basano quasi sempre sull’istinto. La comunicazione deve poi coinvolgere il pubblico calandolo in contesti in cui possa immedesimarsi e non lontani nel tempo e nello spazio dalla quotidianità; l’ultimo film di Virzì, ad esempio, tratta il tema della siccità in una metropoli e non nell’Africa sub-sahariana. Bisogna inoltre considerare che il nostro cervello prende in media    20 000 decisioni al giorno, è già affaticato e pigro, quindi se vogliamo essere ascoltati dobbiamo comunicare in modo semplice e attraente e non inserire solo elementi che possono provocare dolore e amarezza, da cui istintivamente ci si ritrae. Poi bisogna sottolineare le azioni già intraprese da altri così che lo sforzo non sembri individuale.

Santoro: Anch’io mi riferisco al lato emotivo. Poi ormai si parla di crisi climatica in qualsiasi contesto e questo invece di avvicinare le persone al tema le allontana e fa percepire un allarmismo sproporzionato rispetto al fenomeno, i cui effetti sono evidenti su una scala temporale naturale ma non percepibili dall’uomo. Si delega così la ricerca delle soluzioni alle generazioni future. Bisogna per questo evidenziare che già ora i cambiamenti avvengono senza che ci si accorga e soprattutto che il riscaldamento climatico è a soglia e, superato il punto critico, i danni sono irreversibili; non sarà possibile ad esempio ripristinare i ghiacciai dopo il loro scioglimento. I tempi appaiono lunghissimi e le persone non avvertono l’urgenza di intervenire e nemmeno si preoccupano. È quindi necessario parlare di cambiamenti climatici ma cambiando il paradigma di comunicazione. Già il concetto di maltempo va rivisto perché ora non coincide solo con piogge e temporali ma anche con caldo prolungato e fuori stagione che causa una grave siccità; le persone dovrebbero iniziare a capirlo altrimenti arriveremo ad accorgerci del problema quando ormai non ci sarà più acqua disponibile e sarà troppo tardi, come nel fenomeno rana bollita.

Potete portare esempi di piccole azioni individuali che se perseguite da tanti possono dare risultati significativi di contrasto al cambiamento climatico?

Disi: Giornali e magazine sono pieni di decaloghi di buone azioni, a volte basati anche su dati calcolati (noi di ENEA abbiamo valutato, insieme a SNAM, l’efficacia di alcune azioni); anche le utility che vendono energia danno consigli per un risparmio energetico. I consigli quindi non mancano ma non è sufficiente elencarli per sperare che le persone cambino le proprie abitudini; basta pensare a quanto è difficile smettere di fumare. È quindi fondamentale indicare strade per attuare buone azioni e soprattutto creare reti di connessioni come le comunità energetiche: qui le persone possono confrontarsi e raccontarsi come attuare il cambiamento. Bisogna poi anche sottolineare che lo sforzo richiesto non porta ad un risparmio economico ma ad un guadagno per il futuro.

Santoro: Aggiungo che sulla Terra la disponibilità di risorse è altamente disomogenea e i cosiddetti Paesi in via di sviluppo sono bloccati nel loro miglioramento da Stati che hanno avuto tanto ma hanno contaminato e sovrasfruttato l’ambiente. In questo contesto la scuola deve intervenire educando al risparmio e all’efficientamento energetico a partire dai piccoli gesti quotidiani come chiudere il rubinetto quando ci si lava i denti. Solo adesso si tenta di sensibilizzare le persone; persone che sono però abituate al benessere garantito dagli anni ’70 e che devono accettare di tornare indietro ma l’inerzia in questo passaggio è enorme. Bisogna puntare alle nuove generazioni.

Purtroppo ci sono ancora fin troppe persone che negano il riscaldamento climatico o la responsabilità umana in questo fenomeno nonostante le incontrovertibili evidenze scientifiche. Secondo voi per chiarire quanto questa convinzione sia sbagliata è più efficace per un comunicatore non considerare il pensiero dei negazionisti oppure instaurare un dialogo con loro e ascoltare le loro argomentazioni per confutarle?

Disi: Lee McIntyre, filosofo delle post-verità, nel suo ultimo libro ha scritto che spesso si ricerca razionalità anche nel negazionismo e infatti ha partecipato ad un incontro dei terrapiattisti proprio per capirne le motivazioni. Ha però così compreso che uno dei problemi è l’incapacità di scienziati e medici di relazionarsi con le persone dato che si attengono a rigidi protocolli e molti non si sentono quindi compresi nelle proprie paure e ansie. Il capo negazionista è al contrario disponibile all’ascolto ed empatico. Nel libro si racconta di un ragazzo che ha dovuto rinunciare al college a causa della disoccupazione del padre e far parte dei negazionisti è stata la sua reazione. I negazionisti storici quindi che costruiscono le proprie ideologie non sulla base della razionalità ma riferendosi alle paure, ai timori, alla difficoltà di vivere in un contesto sociale. È perciò molto più complicato affrontare il negazionismo rispetto ad una qualsiasi teoria che si può confutare razionalmente.

Santoro: Io credo che il negazionismo sia un modo per emergere dalla massa e per attrarre l’attenzione su di sé secondo una visione molto egocentrica. Non c’è altra spiegazione. Io credo che la rete abbia aiutato la diffusione delle informazioni ma anche delle disinformazioni di cui alcuni singoli sono portavoce, seguiti poi da tutti coloro che desiderano emergere. Le voci contrarie alla maggioranza, anche se non portano alcuna teoria logica, nella rete sono tendenzialmente molto seguite e attirano di più l’attenzione; il meccanismo è molto simile anche nella cronaca, dove fa notizia solo chi commette reati o illeciti. È quasi una legge fisica che se una massa si muove in una direzione un’altra necessariamente vi si opporrà. Il clima, che ha archi di cambiamento ampi e i cui effetti possono essere anche controintuitivi (localmente potrebbero verificarsi glaciazioni), purtroppo si presta molto al gioco dei negazionisti. L’unico modo per opporsi a queste visioni irrazionali è cercare di cambiare il paradigma culturale e di far aderire sempre più persone alle evidenze sperimentali.

[Valentina Vitali]

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