Storia di una principessa miope

Storia di una principessa miope

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Le piccole storie di Maria Vittoria Grassi

C’era una volta una graziosa principessa: bionda, occhioni azzurri, un po’ cicciottella ma non troppo, allegra di carattere e sempre gentile con tutti. Voi vi aspetterete il solito “MA…”. Sì c’era anche un “Ma”: era connesso alla sua stirpe illustre, la stirpe dei Guercini. Infatti la ragazza si chiamava Guercina XXIV, detta ”Lince”. Come avrete capito la stirpe era chiamata dei Guercini per un buon motivo. Per capirlo basterà citare qualche antenato: il trisavolo Pirata Lo Sfregiato, un bisnonno Occhio di vetro, la nonna Cataratta, il padre Ciclope ecc. ecc. Insomma era una stirpe antica e gloriosa ma caratterizzata da problemi, diciamo, di vista. La nostra principessa Lince era stata fortunata, in un certo senso, era solo molto miope, ma, per non fare oltraggio alla nobile stirpe, non poteva portare occhiali. E così, quando sgranava i suoi magnifici occhi azzurri in realtà vedeva tutto molto confuso e vago. “Buongiorno Berenice – diceva tutta allegra, al mattino, salutando cortesemente l’attaccapanni – vado a far colazione”. “Certo, mia signora, diceva la cameriera Berenice, spostando l’attaccapanni, faccio strada!” E così cominciava la giornata di Lince: ormai conosceva a memoria le stanze e le scale del castello e non aveva particolari problemi, salvo, appunto salutare  per errore qualche vaso da fiori o abbracciare festosa le colonne del portico dando il benvenuto a ipotetici visitatori.

Come al solito la vita al castello trascorse tranquilla finché Lince non cominciò a ricevere domande di matrimonio. “Devi pensarci, figlia mia- insisteva il padre Ciclope (spalleggiato dalla moglie Lucilla – che ci vede benissimo!)- ormai è tempo che la nostra gloriosa stirpe abbia qualche erede ed è giusto che tu veda (pardon, incontri, ) questi signori.”

 E così, seppure a malincuore, i pretendenti furono convocati e, uno per uno, furono presentati a Lince perché scegliesse quello che le piaceva di più. Il primo, il conte Guidoriccio Blateroni, era un gran chiacchierone e mentre parlava gesticolava, cosicché la povera Lince, spaventata, ebbe una visione agitata di una specie di polipo umano parlante. Il secondo, il barone Geremia Dei Leccapiedi si prostrò praticamente di steso davanti a Lince, che avanzando verso di lui, gli calpestò malamente entrambe le mani e lo lasciò dolorante alle cure del medico di corte. Il terzo era un menestrello nobile, Pignatiello de Napoli, che si presentò col mandolino e intonò a tutta voce una sua canzone il cui ritornello era “Hai gli occhi come spilli, del colore dei mirtilli!”. Lince, indignata, pensò che la prendesse in giro e lo cacciò via malamente. “E adesso? . chiese sconsolato re Ciclope al Maggiordomo (certo  Presbitero): la finiamo così?” “Veramente – azzardò Presbitero. ci sarebbe un quarto pretendente, ma ecco, per la verità, mi sembrava poco adattto … Sarebbe il principe Malfatto…”. Accidenti!!” disse Ciclope. ”Molto bene invece!” disse la madre, Lucilla (che aveva sempre ragione). Così il principe Malfatto fu fatto entrare e, effettivamente, il suo aspetto lasciava a bocca aperta: era di una bruttezza, come dire, “esagerata, super classica ”. Gli occhi piccoli e luminosi, il naso allungato sul mento, le orecchie lunghe, bitorzolute e diverse l’una dall’altra, la bocca grandissima che sorrideva mostrando una chiostra di denti a dente alterno: uno sì e uno no! …Statura normale, piedi di diversa lunghezza l’uno dall’altro i e mani enormi… “Una stirpe illustre, cara, . balbettò incoraggiante Ciclope alla figlia, però…” ma subito il principe cominciò a parlare: aveva una voce profonda e morbida, gentile ma non sdolcinata. Chiese la mano di Lince con dolcezza e cortesia, lasciandole il tempo di pensarci e di riflettere con calma. Lince, che vedeva di lui solo una vaga sagoma ma ne avvertiva bene la voce calda e affettuosa, ne fu incantata. E così, ancora una volta, tutto finì bene: Lince non vide mai la bruttezza di Malfatto e Malfatto si perse nello sguardo azzurro, anche se un po’ vago, di Lince. “Vedremo gli eredi” . sentenziò un po’ timorosa la saggia madre Lucilla: ma questa sarà un’altra storia!

Un caro saluto e alla prossima

da Vittoria

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